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Photo by Oscar Keys on Unsplash

“Too long a sacrifice
Can make a stone of the heart.”

— W. B. Yeats

Avevo tredici anni quando conobbi Alice; lei ne aveva quasi quaranta.

Io ero un gomitolo di delusioni e arrabbiature. Troppo intelligente per la mia età, troppo impaziente, troppo tutto, come solo gli adolescenti sanno esserlo in quel loro modo impacciato e quella loro smania di esistere.

Lei si portava dietro croci ben più pesanti delle mie, demoni che non pretendo neanche ora di capire. Raccontava il mondo con un infinito fastidio, proprio come me.

Ma per me non si trattava che dell’acerba prospettiva di un ragazzo che il mondo ancora non l’aveva nemmeno conosciuto. Per Alice, invece, era l’amara constatazione di una donna che il mondo l’aveva provato e sapeva che non le sarebbe mai andato bene: le era troppo stretto addosso, prudeva in continuazione e, a fine giornata, quando poteva finalmente toglierselo, scopriva sempre una nuova ferita sulla pelle nuda e delicata.

Eppure, nonostante questa differenza di circostanze e d’esperienza, o forse proprio grazie a essa, ci siamo trovati. Io avevo bisogno di un mentore, di una maestra, e Alice accettò silenziosamente di essere la mia.

Quella tra maestro e allievo è una relazione pericolosa, perché manca del tutto di equilibrio, tanto più quando uno si concede all’altro, come nel nostro caso. Il rischio è quello di finire avvinghiati in un gioco distruttivo di speranze folli e mal riposte. Ci vuole del resto un’enorme arroganza per avvicinarsi a qualcuno che del mondo non capisce niente e pretendere di spiegarglielo a colpi di frasi monumentali, quando noi stessi abbiamo smesso di cercare il nostro posto.

La relazione tra me e Alice si fondava proprio su questa guerra d’ipocrisie: lei, che non mostrava più alcun interesse per gli altri, pretendeva di infondere in me la speranza che l’aveva abbandonata. Io mi abbeveravo ai suoi discorsi, preso com’ero da quella sete febbrile e smaniosa, ai limiti dell’ossessione.

Mi vergogno pensando a quanto unilaterale fosse quel nostro rapporto. Io mi lamentavo di tutto, non risparmiavo a nessuno il mio giudizio male indirizzato e peggio ancora formulato; Alice, con una pazienza che non avrebbe mai smesso di sorprendermi, mi ascoltava e mi consigliava.

Non ci trovavamo sempre d’accordo, e penso fosse proprio quello il motivo per cui mi sentivo così legato a lei: nel suo dissentire non c’era traccia di quella condiscendenza che trovavo ovunque mi girassi, quanto piuttosto una scintillante curiosità. Nei momenti in cui parlavo, mi pareva davvero che fossimo io il maestro, e lei l’allieva. Questa continua tensione, questo continuo scambio di ruoli finì per segnare la mia adolescenza in un modo meraviglioso di cui non le sarò mai abbastanza grato.

Di Alice non ho mai saputo molto; in verità non ho mai saputo neanche il suo vero nome. Si proteggeva, direi, come una tigre ferita, o più semplicemente come una donna che ha visto la propria fiducia più volte tradita. Quando le chiedevo di sé era solita cambiare discorso, il che non falliva mai di irritarmi. Come poteva nascondersi a me? Io ero suo, perché lei dunque non era mia? Perché non corrispondeva il mio abbandono?

Solo anni dopo scoprii che Alice stava proteggendo me e nessun altro. Se non mi parlava di sé era perché non voleva spegnere in me quella fiamma che vedeva ardere così viva, così arrabbiata.

Del resto, non era dagli altri che Alice si guardava, ma da se stessa. Sapeva che, se non fosse stata attenta, avrebbe permesso a chi non lo meritava, anche dopo così tanto tempo e così tante delusioni, di consumarla, di usarla e di salvarsi, portando via un altro pezzettino di lei in quella egoistica redenzione.

Sono passati sette anni dalla prima volta che le ho parlato. In sette anni le persone cambiano, e parecchio. Nel mio caso, questo cambiamento si è presentato sotto forma di una vivace serenità. Ho trovato il mio posto e quello degli altri. Ho capito chi sono — per ora. Mi sono innamorato. Ringrazio il cielo per l’opportunità di poter fare giorno dopo giorno quello che faccio giorno dopo giorno, e non do più nulla per scontato.

Quanto ad Alice, io credo che abbia capito finalmente che cosa le spetti e come prenderselo. Credo che abbia imparato a concedersi senza consumarsi. Credo che quella parte di lei che amava flagellarsi per la propria ingenuità sia finalmente giunta alla conclusione, liberatoria quanto scoraggiante, che spesso siano gli altri a essere sbagliati, e che non valga la pena tarparsi le ali solo perché quelli che abbiamo incontrato finora non sapevano volare.

E ancora oggi, quando sono malinconico o indignato o stanco, penso alla mia tigre ferita, a quella sfinita indolenza verso il mondo che tanto mi affascinava. Capisco che Alice, nella luce vivida delle mie speranze, vedeva il riflesso delle proprie; che ascoltando bene, l’eco delle sue indignazioni lei lo poteva ritrovare nel suono confuso delle mie.

Technology leader and strategic advisor. I work at the intersection of people, software and words.

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