Roma ha sempre esercitato un fascino indescrivibile su di me. Fa collezione di difetti, ma con la sfacciataggine di chi sa che tutto gli sarà perdonato, o forse con la distrazione voluta di chi neanche ci pensa, alle cose, di quelli che portano i calzini di due colori e non gliene frega niente.

Dissi questo ad Alice. Stavamo lì, seduti a un tavolino del nostro bar preferito; anzi, l’unico a cui fossimo mai andati.

Le dissi anche che Roma mi ricordava lei, con quell’aria di chi ne ha viste tante e ancora si espone.

Tutto questo lo avevo preparato a casa, si capisce; e fui subito pronto ad ammetterlo, e la feci ridere. Ma questo non rese il momento meno bello.

C’era un bel sole, quel pomeriggio, e mi sentivo silenzioso e non dicevo nulla. Neanche Alice diceva nulla, ma del resto era raro che lei parlasse, se non ero io a chiederglielo, con il risultato che di lei sapevo poco.

Per amor di precisione, tutto ciò che sapevo su Alice si limitava a questi tre fatti:

  1. che fosse stata sposata (con chi?), ma ora non più,

3. che mi avesse preso a cuore (perché?), e infine

4. che si portasse dietro una tristezza infinita.

Quest’ultimo fatto — quella della tristezza, dico — glielo vedevi nelle mani. Le persone tristi si vedono dalle mani: quando ancora lottano, sono mani tormentate, sempre in movimento. Poi, a un certo punto, si fermano. Si posano su un tavolo, su un bracciolo, o magari in grembo. Sono composte, curate, ma tristissima. Alice era così: bellissima, e triste.

Rideva, si capisce, e anche spesso; e negli occhi le scintillava sempre una certa ironia, come se si muovesse nel mondo misurando il ridicolo con precisione millimetrica. Alice era una scienziata del grottesco, una studiosa del bigotto, e di questa analisi aveva fatto un’arte.

Technology leader and strategic advisor. I work at the intersection of people, software and words.