Per quasi diciotto anni, la ricerca dell’equilibrio è stata il mio scopo di vita. L’equilibrio come centro dell’esistenza, l’equilibrio come modello ideale, l’equilibrio come principio massimo, causa prima e fine ultimo. Per “equilibrio” non intendo la soppressione delle passioni — ché quella porta inevitabilmente alla logorazione dell’individuo — quanto piuttosto la loro moderazione. Controllare le passioni, non lasciare che siano le passioni a controllare me.

Chiunque abbia quest’aspirazione, temo, è destinato a rimanere solo, o quantomeno a sentirsi solo. Il nostro desidero di stabilità porta spesso gli altri a vederci come eremiti, pazienti viandanti nel mezzo di una tempesta che travolge tutto. Talvolta riceviamo prediche da chi è convinto che l’esagerazione sia la sola strada verso il piacere; talvolta ascoltiamo parole di ammirazione che, sebbene accolte con modesta indifferenza, ci confermano che siamo sulla strada giusta. In ogni caso, però, solo di questo siamo certi: che ci amino o ci odino, gli altri sono irrimediabilmente diversi da noi.

La verità è che la maggior parte di noi attraversa illesa la tempesta solo perché la tempesta è prigioniera dei nostri animi. Il trasporto che gli altri mettono nei rapporti sociali noi lo impieghiamo nel nostro lavoro e nella nostra arte. Usiamo la forza che loro proiettano all’esterno per il nostro perfezionamento. Quando loro parlano, convinti di avere così tante cose interessanti da dire, noi tendiamo ad ascoltare.

Abbiamo pochi amici che conosciamo (quasi) meglio di noi stessi e che ci capiscono come vorremmo essere capiti, ci apprezzano per quello che siamo e non per quello che vorrebbero vederci essere. A questi ci affezioniamo, ma mai crediamo di essere per loro insostituibili, né crediamo che loro lo siano. Non cerchiamo di forzare l’amicizia perché temiamo che possa perdere la sua autenticità. Lasciamo che tutto quanto segua il suo corso e ci adattiamo di conseguenza. Fin dalla nascita, portiamo dentro di noi lo spirito Zen della non- azione e, scoprendolo solo qualche anno più tardi, ci sorprendiamo di come si sposi con la nostra personalissima filosofia di vita. È un’idea formulata per noi.

Eppure, c’è una forza che non possiamo domare; ed è una fortuna, perché quando accade che qualcuno si convinca di poterla controllare, dirigere o schematizzare, allora finisce quasi sempre per distruggerlo, o almeno per abbandonarlo. Quando incrociamo la sua strada, ci rendiamo conto che non tutto può essere spiegato con la logica, che non tutto può essere soggetto al nostro desiderio di equilibrio; i più saggi tra noi si rendono conto che lottare è inutile e doloroso.

Tale è la potenza dell’amore.

Il diciassettenne (quasi-diciottenne?) medio si è innamorato almeno una volta. Non so se sia una benedizione o una maledizione che io non abbia mai fatto parte della media in tal senso. Quando i miei coetanei erano alle prese con le loro prime esperienze amorose, io ero invece concentrato sul mio lavoro, tanto da preoccupare incredibilmente mio padre e incuriosire i miei conoscenti.

Non so se sia stato io o gli altri, o se abbiamo entrambi contribuito in egual misura ad ammantarmi di indifferenza verso l’altro sesso, ma è accaduto che tutti pensassero che io fossi “immune” all’amore, che in qualche modo non ne avessi bisogno perché mi bastavo. Fatto sta che, a furia di sentirmelo dire, ho finito per convincermene anch’io, e mi sono disinteressato del tutto alla ricerca di un partner, considerandola un’attività come un’altra tra tutte quelle che nella vita si possono intraprendere, in nulla diversa dal mio lavoro.

Tale mia indifferenza era dovuta anche all’impossibilità di trovare qualcuno per cui valesse la pena di andare fino in fondo. Naturalmente cauto e contenuto, non è facile che un altro essere umano possa interessarmi a tal punto da spingermi a rischiare di rimanere ferito. Guardando il passato, era anzi del tutto impossibile. Dunque continuavo a ripetermi che mi sarei accorto della persona giusta se e quando questa si fosse manifestata. Vedevo gli altri accontentarsi di relazioni poco o per niente significanti, e non volevo essere come loro. Forse ho elevato l’amore a qualcosa di irraggiungibile, ma tutto sommato non sono affatto deluso dal risultato.

La persona per cui rischiare, infatti, è qui. Era qui già più di quattro anni fa, ma come amica; un’ottima amica, una con cui potevo essere me, ma pur sempre un’amica, che non avevo mai considerato per una relazione. Poi, qualche settimana fa, è avvenuto l’impensabile: è stato come se mi colpisse un treno. Uno squarcio. Un’estasi. Una rivelazione. In poche ore, ho capito di amarla. Non so se l’abbia sempre amata e me ne sia accorto solo ora o se solo poco fa abbia preso ad amarla; so solo, per l’appunto, di amarla, e tanto mi basta.

E l’amore è diverso da qualunque altro sentimento io abbia provato nella mia vita. È diverso da tutto ciò in cui credo e da tutto ciò che ho sperimentato. Io, un simbolo di moderazione, mi sono dato all’eccesso: sento questa… potenza. La sento scorrere nelle vene, la sento come un peso che mi opprime il petto, la gola, che mi soffoca, che mi stritola, che mi impedisce di ragionare lucidamente. Mi ha invaso, ma è una dolce conquista, una di cui non vorrei liberarmi per nulla al mondo. Ed è del tutto inaspettata; nessuno l’ha chiesta, nessuno l’ha invitata, nessuno l’ha accolta. L’amore si è semplicemente fatto strada. L’amore è entrato e mi ha messo a soqquadro l’anima, e mi è impossibile ignorarlo.

Ho scoperto di non bastarmi più. Ho scoperto di avere bisogno di un’altra persona; e non un bisogno meramente fisico, ché quello lo provo da anni e non l’ho mai considerato una ragione sufficiente per uscire dal mio guscio di autosufficienza. È qualcosa di molto, molto di più: ho bisogno della sua risata, ho bisogno di prenderla in giro, di guardarla, di annusarla. Ho bisogno che mi stia accanto e ho bisogno di starle accanto. Per ogni suo pregio che amo, c’è un difetto che amo il doppio, il triplo, il quadruplo, il quintuplo, il sestuplo e se sapessi quali aggettivi vengono dopo scriverei anche quelli. Se mi chiedessero cosa mi piace di lei, risponderei: lei. Non so veramente dirlo. È un sentimento che sfugge del tutto alla logica, tanto che le parole non bastano a esprimerne la grandezza; possono solo tentare, fallire e perfezionarsi nel processo.

E ho paura. Ora che ho scoperto la meraviglia dell’eccesso, ho paura del disincanto. Ho paura che tutto quanto passi dalla sera alla mattina, rapidamente com’è iniziato, e io mi ritrovi di nuovo solo e, peggio ancora, felice di essere solo! È la prima volta che amo ed è la prima volta che ho paura di me stesso. E ho paura per lei: ho paura che i miei sentimenti possano mutare nel tempo, così come vedo avvenire in tutte le altre relazioni, e che lei ne rimanga ferita, ammesso ovviamente che ricambi ciò che provo ora in primo luogo.

Technology leader and strategic advisor. I work at the intersection of people, software and words.

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